venerdì 25 novembre 2011

from "MILADY'S ROOM": the phantom of Lady Lavinia

1900 AD
Somewhere in Yorkshire
"Not a soul but Cezary and myself were allowed to enter in the dressing room, not even the other servants. Cezary was charged to clean, to tidy up, and all was requested. 
Every evening, at the same precise time she was there, sitting in the armchair in front of Lord K. They were sitting in silence in front of the grand fire place, looking at each other ‘In those evenings’ Lord K said to me ‘I realized that all the strain – the long journey, the house hunting, the house restoring, the moving – all was done in order to enjoy a moment like this’. She wore one of her dark, plain frocks she used to wear before being married to him ‘You dress like a nun, or a governess at best’ he used to tell her when she was alive. Not that he cared about how women dressed, he was not that kind of man: he uttered those words in mockery, with gentleness, smiling to her, to “his governess”. Neverthless, after marriage, she added some hints of colour to her everyday dress and maybe a ribbon to her hair now and then. However these little arrangements could add nothing substantial: her image was fundamentally stuck to her original style and his remembrance of her too. After all, she remained “his own governess”. Anyway, she used to keep him company, sitting down there, with some sort of white cotton cloth in her left arm, in which you would have deduced there was an infant. There was a child, indeed, their child. But not a sound, not a cry was to be heard from the bundle. Their child never saw the light. Their child was born just to die. And now he was bound to his mother’s arm for eternity. There they were, back as family. All gathered before the fire, like any other family throughout the country at that time of the evening»
A dense, glacial silence was growing in the little post office. Everyone was gaping, in each one of their eyes was easy to see, like many little mirrors, the ghostly vision of a queer domestic life". 

domenica 20 novembre 2011

ASSOCIAZIONI LIBERE

HEGEL, SOFIA E IL TURBOCAPITALISMO

Se non fosse per i figli, che mi riportano allegramente quanto impietosamente alla realtá, potrei dire di condurre una vita quasi eremitica.
La tv ogni tanto ci guarda sconsolata (cioè, non siamo noi a guardare lei) dal suo spento schermo nero.
Potrebbe anche scoppiare una terza guerra mondiale, noi siamo su un’altra isola.
Le dolci colline inglesi, sospese in uno spazio/tempo etereo, assecondano a meraviglia la mia vena misantropa.
Del resto, ho anelato a lungo a questo mio Paradiso o, come l’ha definito una mia cara amica con un appropriato luogo comune, “la mia isola felice”. L’isola di cui sopra, ecco.
 Gli sbuffi, le frenesie, i nervosismi della contemporaneitá, in cui mi ero gettata a capofitto come un drogato che non puó fare a meno di quel che lo consuma, mi avevano, per l’appunto, consumata loro, fino a prosciugarmi della mia identitá.
Ed eccomi ora, a passeggiare nella campagna appena avvolta dalla bruma, pronta a veder spuntare, dietro a un gruppo di pigre mucche, Tess D’Urbervilles con in mano secchio e sgabello per mungere. O ad attraversare il cimitero ottocentesco del paese immaginando di intravvedere fra le tombe la figura di Carmilla o del più famoso conte transilvano. I miei interrogativi più frequenti sono del tipo: ma com’è che proprio l’Irlanda, terra verde dove aleggia il suono allegro del flauto di pan, ha partorito le menti che han dato vita ai più famosi vampiri?
Per fortuna ci pensa qualche riot londinese a risvegliarmi alla realtá, o le vicende del mio strampalato paese.Il fervore di questi ribelli contemporanei, cosí zelanti nell’arraffo di televisori al plasma, non puó non risvegliare vecchie riflessioni. E quel che succede in Italia non mi lascia indifferente, cosí come non ti lascia indifferente se tua madre sta male o tuo fratello sta andando verso la bancarotta. E’ la radio, questo piccolo, intramontabile aggeggino, che mi fornisce le voci del mondo, mentre mesta mesta pelo patate o giro risotti. Eh sí, la radio in cucina è stata una svolta. Alle volte incappi nell’intervista di una giovane libica emigrata a Londra, che dice la sua sul regime (non quello globale, intendiamoci). Oppure – ebbene sí – in una lettura del “Menone” di Platone. Una volta ho sentito parlare di “Tobin Tax”, a proposito di una protesta di giovani londinesi. E ho pensato: “ma diamine: se ne discuteva dieci anni fa!”. La mente è tornata inesorabilmente al cosiddetto periodo del “popolo di Seattle”, alle interminabili discussioni pseudo apocalittiche sul neoliberismo e sulle sue catastrofiche conseguenze, ai giorni di Genova, ai libri di Chomski, alla premiata ditta Reagan-Thatcher, alle raccolte di firme per “l’acqua bene comune”, ai mal di fegato, alle incazzature, fino ai pianti quando i temi solo sbandierati in manifestazione si son tradotti in realtá vissuta, soprattutto con l’arrivo dei figli. Dov’è finita tutta quella roba lí? Ho pensato poi a due cose. La prima è la seguente: tutte le contraddizioni che noi, reietti  degli anni ’90 sopravvissuti al tragico disincanto del grunge, portavamo a emersione, stanno esplodendo una alla volta. I lacrimogeni, la confusione pianificata attraverso qualche black block e un uso strategico dei mass media son riusciti a soffocare nel silenzio un movimento che poteva diventare forse più decisivo di quello del ’68; solo che a differenza dei sessantottini, che avevano il cuore bello pieno di speranze e illusioni, noi eravamo giá partiti disillusi, avendo visto cos’era successo alle generazioni precedenti. Poi è arrivato, subito dopo Genova, il fattaccio delle Twin Towers, e delle contraddizioni del neo liberismo o turbo capitalismo non se ne parló più. Si parló solo di guerra al terrorismo islamico, di antiamericani e via discorrendo. Quel rigurgito di movimentismo, dicevo, fu quindi per più ragioni zittito. Ma lacrimogeni e un certo giornalismo servile non possono certo arrestare le contraddizioni galoppanti dell’attuale assetto socio economico mondiale. La crisi economica attuale ne è solo un aspetto.
Dall’alto (o dal basso) del mio eremo penso all’utilitá o meno dei movimentismi, delle manifestazioni, etc., essendo che la vita mi ha portato alla seguente conclusione: la principale e primaria azione politica è  lo sviluppo della propria individualitá, cosí come aveva ben capito il Rousseu dell’Emilio e prima ancora gli antichi greci. Formazione, prima e più che informazione. Autoanalisi, prima e più dell’analisi di ció che fanno gli altri. Non mi piace fare quella che dice “anch’io quand’ero giovane la pensavo cosí”. Eppure è come quando guardi i tuoi genitori e ti dici “non faró mai gli stessi errori”, poi diventi genitore e, siccome non sei diverso dagli altri esseri umani come credevi quando leggevi Nietzsche, ci caschi pure tu. Quindi anch’io ho pensato “quand’ero giovane...”etc etc. Ma poi mi son detta che c’è “un tempo per e un tempo per”, come diceva qualcuno, e quindi anche manifestare e protestare, nell’ambito dello sviluppo di un individuo o di un’intera nazione, ha il suo posto e il suo senso. Forse solo adesso capisco cosa voleva dire quel folle di Hegel quando parlava del concetto che esce da sè per poi tornare in sè bla bla bla. E qui andiamo alla seconda cosa che mi è venuta in mente: ricordo che quando attraversavo i luoghi dell’impegno civile, lo facevo con tale trasporto emotivo che ad un certo punto, inevitabilmente, scattava l’esigenza di depurarmi, isolarmi dal mondo. E cosí mi ritiravo, esattamente come fa una tartaruga quando la tocchi. Per un pó me ne stavo nel mio guscio. Fosse caduto il governo non me ne sarei accorta. Poi succedeva qualcosa che mi faceva tirar fuori la testa e si ricominciava. Ma non tutti son tagliati per la politica. Bisogna avere sangue freddo, cosa che io non ho. E bisogna essere coerenti nell’impegno, cosa che io, come si evince, non sono.
Bisogna invece essere davvero folli per scrivere una roba come “La fenomenologia dello Spirito”. E bisogna essere folli per dedicarci seminari universitari e perdere tempo a frequentarli, come facevamo noi. Forse era solo tutto un meccanismo che teneva in piedi lo stipendio del docente e giustificava il numero spropositato di volumi dell’opera pubblicato dalla casa editrice. Insomma, qualcuno dovrá pur comprarla, sta “Fenomenologia dello Spirito”. Insomma, gira che ti rigira, sempre di capitalismo si tratta. O di neoliberismo. O turbocapitalismo. Poi lo spacciano per filosofia.
Pare che Hegel, fra i suoi alti interessi metafisici, annoverasse un ciclo di volumi sulle avventure di una certa Sofia Memel, una sorta di telenovelas dell’epoca. Questi filosofi occidentali, sempre a parlar di concetti e poi si leggono romanzi d’amore. Oppure Hegel ci aveva enormemente, genialmente, presi tutti per il culo.
Eppure, senza tutta quella frenesia di manifestazioni, proteste, incazzature, etc, non sarei quell’eremita che sono ora, contornata dai fantasmi degli Hardy, delle Carmille, dei coniugi Shelley, cogitando le vecchie esperienze sotto un punto di vista completamente diverso. Il concetto è fuoriuscito da sè ed è rientrato in altra forma.



martedì 8 novembre 2011

RIFLETTENDO (SU) REBECCA: dal romanzo alla celluloide


E' passato un po' di tempo da quando ho chiuso il romazo di Daphne du Maurier. Eppure il suo spirito infesta ancora i miei pensieri. Ho letto che tale effetto sia il fio che inevitabilmente paga chiunque entri in contatto con questa storia. Sembra che l'immagine di Rebecca de Winter, forse la morta più celebre della letteratura più recente, si insinui nella mente dei lettori e non l'abbandoni più.
Con il tempo ho capito che non è cosí. O meglio non è esattamente cosí. E sono andata a vedere come la cinematografia abbia trasposto le multisfaccettate psicologie dei protagonisti. Mi sono fermata ad Hitchcock, e una rapida occhiata ad altri lavori mi ha confermato che è meglio non approfondire. Del resto la complessitá del racconto della Du Maurier ne fa un lavoro leggibile sotto punti di vista completamente diversi, sicchè, come qualcuno ha giá osservato, Rebecca è stata considerato un romanzo d’amore, sí da relegarlo al genere cosiddetto “femminile” o “rosa”; un thriller dalle sottili dinamiche psicologiche; infine un romanzo gotico, il primo vero romanzo del genere apparso nel secolo ventesimo. Mi sbilancio nel dire che tale molteplicitá di interpretazioni contraddistingua solo menti dalla creativitá geniale e unica, scrittori o registi che siano. Le versioni cinematografiche risentono ognuna dei diversi strati interpretativi del romanzo, non ultimo un’imbarazzante, romantica edizione italiana confezionata come sceneggiato televisivo, e che si salva in corner solo per l’interpretazione di Mariangela Melato nelle vesti dell’inquietante Mrs Denvers.
Ma andiamo con ordine.
Rebecca, prima moglie di Max de Winter, data apparentemente per dispersa in mare e poi ritrovata esanime alla deriva, agita i pensieri e la vita quotidiana della seconda moglie di de Winter, una giovane - molto più giovane di lui - introversa, quasi insipida ragazza che per tutto il corso del romanzo rimane significativamente senza nome. De Winter la  conosce a Montecarlo mentre lavora come dama di compagnia per una ricca ed annoiata signora americana. Portata nella magnifica residenza del neo marito, Manderley, una magione che si staglia imponente su una delle coste della Cornovaglia, ella si trova suo malgrado a confrontarsi continuamente con chi l'ha preceduta, complice l'atteggiamento a lei ostile della governante, Mrs Denvers, la quale non fa nulla per celare la propria venerazione verso la defunta signora de Winter.
E a mano a mano che la storia scorre, emerge di colpo l'idea che in realtá Rebecca de Winter sia fra tutti il personaggio più limpido e coerente di tutta la storia.
L'imponente personalitá di Rebecca non ha crepe, non ha incertezze: è la solida personalitá della donna di mondo senza scrupoli, che riceve gli ospiti, organizza feste e sa come conquistare tutti "uomini, donne, animali", a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Sono tutti gli altri ad offrire ampi margini di ambiguitá: a partire dallo stesso Max de Winter, che si rivelerá a metá libro, fino alla tetra governante, che offre la spalla al viscido cugino di Rebecca; persino l'umile Frank, fedele amministratore di de Winter, offre chiaro scuri che non saranno mai del tutto illuminati dall'autrice: con un efficace stratagemma narrativo, du Maurier non chiarirá mai se e quanto Frank sappia della storia di Rebecca, facendo di lui uno strano ibrido di complicitá e devozione al di lá del bene e del male. La stessa figura "istituzionale" del colonnello Julian lascia intuire, ma non dispiega del tutto, i propri sospetti, velandoli dietro le formalitá di rito.
Fino a giungere a lei, e qui arriviamo al punto: la protagonista senza nome, l'Io narrante ed insicuro della storia. Lei, l'insipida, asociale giovane donna, che non sa giocare a tennis, nè a golf, nè andare in barca a vela, come si suppone una signora di rango sappia fare: proprio lei risulta il personaggio più ambiguo del romanzo. Lei che, dichiaratamente, si fa subito, senza scrupoli, complice silenziosa di un delitto, spegnendo senza remore, all'istante, qualsiasi scintilla di moralitá.
Non è Rebecca che infesta i pensieri dei lettori, i miei pensieri. Piuttosto è la sua antagonista senza nome a perseguitarci. E' la bislacca emancipazione di un Sè che si trova stretto fra la figura di un marito-padre e lo spettro ingombrante di un'altra donna.
Piuttosto in lei si riflette, come su uno specchio rotto e distorto, l'immagine della promiscua Rebecca de Winter, ed inevitabilmente anche quella di Mrs Denvers, alter ego malvagio ed oscuro della sua prima, adorata signora.
E l'immagine riflessa sullo specchio rotto si riflette a sua volta in noi, sollevando gli interrogativi più impronunciabili, degni dei "maestri del dubbio".
La versione di Hitchcock risulta straordinaria nel rendere le ambientazioni: memorabile su tutte la fedele riproduzione del sogno, che segna il celebre incipit ed in cui Manderley (un modellino realizzato negli studi californiani) rifulge di tutta la sua ombra inquietante e desolata “a desolate shell, soulless at last, unhaunted (...) a sepulchre, our fear and soffering lay buried in the ruins”. Non a caso, secondo ‘Alfie’, Manderley era la vera protagonista della storia. Un’altra scena memorabile si svolge negli interni, quando l’eroina senza nome si avventura nell’ala Ovest, insinuandosi nelle stanze di Rebecca: la “R” ricamata sulla biancheria rimanda un’eco che diventa a poco a poco un rimbombo, una spirale claustrofobica dove aleggia la figura di Mrs Denvers, guardiana e ambigua custode di un reliquario pagano.
Ma da metá film in poi succede l’irreparabile: Selznick, il produttore, vietó la trasposizione fedele della scena madre del romanzo, di cui non svelo i dettagli per rispetto verso chi non l’ha letto: l’amoralitá che la contraddistingueva rendeva l’opera impresentabile al grande pubblico, e cosí il “difetto” principale condiziona irriparabilmente il resto della narrazione Hitchcockiana, riconsegnando al silenzio della pagina scritta la genialitá con cui Du Maurier dispiega la doppiezza di ogni singolo personaggio. Gran peccato, gran peccato davvero: vien da chiedersi come Hitchcock, libero da vincoli, avrebbe proseguito il suo capolavoro. Lui, forse unico regista in grado di rendere con la macchina da presa la sottigliezza degli sguardi pensanti, degli imbarazzanti colpi di tosse, delle occhiate che dicono “io so che tu sai”.
L’altra pecca del film, al di lá delle forzature dettate dalla produzione, è la colonna sonora, che  a tratti risulta davvero eccessivamente melodrammatica e non sottolinea adeguatamente la tensione che si respira fra le pagine. Non che non mi suoni strano evidenziare una mancanza di tensione in un film di Hitchcock; ma forse ció rientra nei multistrati di cui sopra, e se da una parte egli è il maestro indiscusso della suspence, dall’altra rispetta l’immaginario hollywoodiano, in cui Laurence Olivier e la bravissima coprotagonista Joan Fontaine, anche nel quasi banale trailer dell’epoca, vengono presentati come icone classiche di un certo divismo.
Ci rimane impressa nella memoria l’immobilitá glaciale di Judith Anderson, una splendida Mrs Denvers che recita con gli occhi, e l’immagine del fuoco che divora il modellino di Manderley, escamotage che rientra fra le trovate del genialoide regista e in realtá una strizzatina d’occhio alla sensazionalitá di un certo cinema, poichè nel libro l’incendio finale, lungi dall’essere esplicitato, viene meramente intravisto all’orizzonte.
Infine non si puó non rileggere Rebecca (libro e film) e le sue sfumature alla luce della biografia dell’autrice (giá esaminata ampiamente) ma soprattutto dei primi racconti della Du Murier, usciti solo di recente dopo esser caduti nell’oblio: scritti quand’era appena ventenne, in essi i temi più scabrosi che vengono appena tinteggiati in maturitá hanno l’asciuttezza e la brutalitá dei ventanni, uniti alla consapevolezza di una mente giá adulta e disillusa. Qui giá un prototipo di Rebecca, una donna sadica e crudele, compare nel racconto più noto e sconcertante, The Doll. Per associazione si torna alle pagine del romanzo in questione  in cui un lieve accenno rivela i letti separati dei due sposi, in cui compaiono non poche allusioni al lesbismo, in cui la sessualitá acerba della protagonista, che si fa accarezzare dal marito-padre cosí come egli accarezzava il cane, non rivela mai – esplicitamente - i propri pensieri più reconditi. Non li rivela ma essi si fanno dire, in qualche modo, in un parossismo unico che fa emergere, a mio avviso, una delle autrici più interessanti del secolo scorso. Guardando al libro e al film retrospettivamente, alla luce dei suoi racconti di gioventù, vien da arrossire nel relegare Rebecca al genere “rosa”: le appassionate lettrici del genere, fuorviate dall’etichetta che certa critica appioppó al lavoro della Du Maurier (mi vien da dire solo per il motivo che fosse una donna), sicuramente aggrottarono più volte le ciglia di fronte a un inaspettato thriller psicologico dalle forti venature gotiche. Ed anch’esse furono possedute a lungo, loro malgrado, dal fantasma di Rebecca.
si veda anche    http://criticaimpura.wordpress.com/2011/12/29/riflettendo-su-rebecca-dalla-carta-alla-celluloide/