domenica 20 novembre 2011

ASSOCIAZIONI LIBERE

HEGEL, SOFIA E IL TURBOCAPITALISMO

Se non fosse per i figli, che mi riportano allegramente quanto impietosamente alla realtá, potrei dire di condurre una vita quasi eremitica.
La tv ogni tanto ci guarda sconsolata (cioè, non siamo noi a guardare lei) dal suo spento schermo nero.
Potrebbe anche scoppiare una terza guerra mondiale, noi siamo su un’altra isola.
Le dolci colline inglesi, sospese in uno spazio/tempo etereo, assecondano a meraviglia la mia vena misantropa.
Del resto, ho anelato a lungo a questo mio Paradiso o, come l’ha definito una mia cara amica con un appropriato luogo comune, “la mia isola felice”. L’isola di cui sopra, ecco.
 Gli sbuffi, le frenesie, i nervosismi della contemporaneitá, in cui mi ero gettata a capofitto come un drogato che non puó fare a meno di quel che lo consuma, mi avevano, per l’appunto, consumata loro, fino a prosciugarmi della mia identitá.
Ed eccomi ora, a passeggiare nella campagna appena avvolta dalla bruma, pronta a veder spuntare, dietro a un gruppo di pigre mucche, Tess D’Urbervilles con in mano secchio e sgabello per mungere. O ad attraversare il cimitero ottocentesco del paese immaginando di intravvedere fra le tombe la figura di Carmilla o del più famoso conte transilvano. I miei interrogativi più frequenti sono del tipo: ma com’è che proprio l’Irlanda, terra verde dove aleggia il suono allegro del flauto di pan, ha partorito le menti che han dato vita ai più famosi vampiri?
Per fortuna ci pensa qualche riot londinese a risvegliarmi alla realtá, o le vicende del mio strampalato paese.Il fervore di questi ribelli contemporanei, cosí zelanti nell’arraffo di televisori al plasma, non puó non risvegliare vecchie riflessioni. E quel che succede in Italia non mi lascia indifferente, cosí come non ti lascia indifferente se tua madre sta male o tuo fratello sta andando verso la bancarotta. E’ la radio, questo piccolo, intramontabile aggeggino, che mi fornisce le voci del mondo, mentre mesta mesta pelo patate o giro risotti. Eh sí, la radio in cucina è stata una svolta. Alle volte incappi nell’intervista di una giovane libica emigrata a Londra, che dice la sua sul regime (non quello globale, intendiamoci). Oppure – ebbene sí – in una lettura del “Menone” di Platone. Una volta ho sentito parlare di “Tobin Tax”, a proposito di una protesta di giovani londinesi. E ho pensato: “ma diamine: se ne discuteva dieci anni fa!”. La mente è tornata inesorabilmente al cosiddetto periodo del “popolo di Seattle”, alle interminabili discussioni pseudo apocalittiche sul neoliberismo e sulle sue catastrofiche conseguenze, ai giorni di Genova, ai libri di Chomski, alla premiata ditta Reagan-Thatcher, alle raccolte di firme per “l’acqua bene comune”, ai mal di fegato, alle incazzature, fino ai pianti quando i temi solo sbandierati in manifestazione si son tradotti in realtá vissuta, soprattutto con l’arrivo dei figli. Dov’è finita tutta quella roba lí? Ho pensato poi a due cose. La prima è la seguente: tutte le contraddizioni che noi, reietti  degli anni ’90 sopravvissuti al tragico disincanto del grunge, portavamo a emersione, stanno esplodendo una alla volta. I lacrimogeni, la confusione pianificata attraverso qualche black block e un uso strategico dei mass media son riusciti a soffocare nel silenzio un movimento che poteva diventare forse più decisivo di quello del ’68; solo che a differenza dei sessantottini, che avevano il cuore bello pieno di speranze e illusioni, noi eravamo giá partiti disillusi, avendo visto cos’era successo alle generazioni precedenti. Poi è arrivato, subito dopo Genova, il fattaccio delle Twin Towers, e delle contraddizioni del neo liberismo o turbo capitalismo non se ne parló più. Si parló solo di guerra al terrorismo islamico, di antiamericani e via discorrendo. Quel rigurgito di movimentismo, dicevo, fu quindi per più ragioni zittito. Ma lacrimogeni e un certo giornalismo servile non possono certo arrestare le contraddizioni galoppanti dell’attuale assetto socio economico mondiale. La crisi economica attuale ne è solo un aspetto.
Dall’alto (o dal basso) del mio eremo penso all’utilitá o meno dei movimentismi, delle manifestazioni, etc., essendo che la vita mi ha portato alla seguente conclusione: la principale e primaria azione politica è  lo sviluppo della propria individualitá, cosí come aveva ben capito il Rousseu dell’Emilio e prima ancora gli antichi greci. Formazione, prima e più che informazione. Autoanalisi, prima e più dell’analisi di ció che fanno gli altri. Non mi piace fare quella che dice “anch’io quand’ero giovane la pensavo cosí”. Eppure è come quando guardi i tuoi genitori e ti dici “non faró mai gli stessi errori”, poi diventi genitore e, siccome non sei diverso dagli altri esseri umani come credevi quando leggevi Nietzsche, ci caschi pure tu. Quindi anch’io ho pensato “quand’ero giovane...”etc etc. Ma poi mi son detta che c’è “un tempo per e un tempo per”, come diceva qualcuno, e quindi anche manifestare e protestare, nell’ambito dello sviluppo di un individuo o di un’intera nazione, ha il suo posto e il suo senso. Forse solo adesso capisco cosa voleva dire quel folle di Hegel quando parlava del concetto che esce da sè per poi tornare in sè bla bla bla. E qui andiamo alla seconda cosa che mi è venuta in mente: ricordo che quando attraversavo i luoghi dell’impegno civile, lo facevo con tale trasporto emotivo che ad un certo punto, inevitabilmente, scattava l’esigenza di depurarmi, isolarmi dal mondo. E cosí mi ritiravo, esattamente come fa una tartaruga quando la tocchi. Per un pó me ne stavo nel mio guscio. Fosse caduto il governo non me ne sarei accorta. Poi succedeva qualcosa che mi faceva tirar fuori la testa e si ricominciava. Ma non tutti son tagliati per la politica. Bisogna avere sangue freddo, cosa che io non ho. E bisogna essere coerenti nell’impegno, cosa che io, come si evince, non sono.
Bisogna invece essere davvero folli per scrivere una roba come “La fenomenologia dello Spirito”. E bisogna essere folli per dedicarci seminari universitari e perdere tempo a frequentarli, come facevamo noi. Forse era solo tutto un meccanismo che teneva in piedi lo stipendio del docente e giustificava il numero spropositato di volumi dell’opera pubblicato dalla casa editrice. Insomma, qualcuno dovrá pur comprarla, sta “Fenomenologia dello Spirito”. Insomma, gira che ti rigira, sempre di capitalismo si tratta. O di neoliberismo. O turbocapitalismo. Poi lo spacciano per filosofia.
Pare che Hegel, fra i suoi alti interessi metafisici, annoverasse un ciclo di volumi sulle avventure di una certa Sofia Memel, una sorta di telenovelas dell’epoca. Questi filosofi occidentali, sempre a parlar di concetti e poi si leggono romanzi d’amore. Oppure Hegel ci aveva enormemente, genialmente, presi tutti per il culo.
Eppure, senza tutta quella frenesia di manifestazioni, proteste, incazzature, etc, non sarei quell’eremita che sono ora, contornata dai fantasmi degli Hardy, delle Carmille, dei coniugi Shelley, cogitando le vecchie esperienze sotto un punto di vista completamente diverso. Il concetto è fuoriuscito da sè ed è rientrato in altra forma.



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